Trainspotting Milano

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Per un periodo degli anni ’90 gli irriducibili dei treni in crew fummo io, Done e Clock. Eravamo esperti e sapevamo di poterci fidare l’un l’altro. Done e Clock non possedevano un’auto e quindi tenevano costantemente d’occhio tutte le yard locali delle FS. Con me si spingevano anche sulle Nord, che in quel periodo rimanevano la New York milanese.

Clock abitava in zona Bonola, non troppo distante da Pero, un paese alle porte di Milano dove si trovava un deposito FS coperto e sorvegliato giorno e notte, circondato da lotti di terreno interessati da lavori incessanti e da una moltitudine di aziende.

Non era facile farsi un’idea di cosa accadesse nel deposito FS perché l’unico modo per osservarlo era accostarsi lungo l’autostrada per Torino, cosa che ovviamente dava nell’occhio. Diversamente si sarebbe dovuto raggiungere a piedi percorrendo circa un paio di km lungo una linea ferroviaria completamente cintata sulla quale il traffico di mezzi era continuo a qualunque ora.

Clock aveva provato da solo questa via ed era rimasto ad osservare la struttura del deposito il tempo sufficiente per capire due cose: dove si trovava il gabbiotto della sorveglianza e cosa nascondesse quell’edificio illuminato a giorno. Si trattava dell’ETR 500, quello che oggi è comunemente conosciuto come Frecciarossa.

L’ETR 500 era entrato in servizio nel 1990 e fino al 1996 ne esistevano solo 30 esemplari. Considerato il mezzo tecnologico più evoluto d’Italia, veniva custodito gelosamente e nessuno era mai stato dipinto.

Era estate quando decidemmo di provarci, anche se ce la facevamo addosso. Verso le 11 lasciammo la mia auto dalle parti del cavalcavia del Ghisallo ed entrammo in ferrovia da uno sterrato che portava ai cantieri di alcuni nuovi palazzi. Camminammo lungo la linea scherzando per dissimulare il nervosismo e nascondendoci ad ogni treno che passava fino a quando non fummo in vista del deposito. Preferivo di gran lunga i depositi all’aperto tipo quelli delle Nord, mentre i depositi chiusi di quel tipo o come quelli della Metro mi davano l’idea di essere delle trappole.

Sapevamo che potevamo contare sulla nostra velocità e sul fattore sorpresa, in fin dei conti il deposito era inviolato e non se l’aspettavano. Invece i problemi evidenti erano due: il gabbiotto della sorveglianza si trovava su un lato del deposito che si affacciava da una parte verso il primo binario dove sostava il treno, mentre dall’altro era collegato ad una strada di servizio che seguiva l’intero corso della linea fino a Milano. La macchina della sorveglianza era parcheggiata davanti ed andava e ritornava ogni 20 minuti circa, o così almeno ci sembrò durante la prima ora di osservazione. Il secondo problema era la via di fuga: non esisteva. Bisognava per forza ritornare lungo i nostri passi, perché da un lato c’era la strada privata delle FS su cui si muoveva la sorveglianza, dall’altro lato un succedersi impenetrabile di aziende con i loro cortili illuminati: non avevo alcuna intenzione di saltarvi dentro, nel mio immaginario mi sarei ritrovato come Fantozzi a fronteggiare Ivan il Terribile XXXII.

Quando finalmente decidemmo di muoverci era circa l’una di notte. Appena la macchina della vigilanza si mosse per il consueto giro di controllo, entrammo in azione e nel giro di qualche secondo eravamo appiattiti contro la fiancata della motrice. Zaini a terra per un veloce giro di controllo: non c’era anima viva, anche se tutto l’ambiente così illuminato sembrava abbandonato solo per una breve pausa caffè. Non c’era da perder tempo ed iniziammo dei pezzi veloci a tre-quattro colori. Come in ogni deposito che si rispetti, ogni suono sembrava amplificato migliaia di volte, avrei voluto silenziare le mie bombolette per far meno rumore.

Avevo finito di tracciare l’outline e mi apprestavo a sistemare i tratti più grossolani quando ci accorgemmo che esternamente una luce veniva verso di noi. Ce ne rendemmo contro troppo tardi a causa di quei maledetti fari accecanti che illuminavano internamente il deposito: guardando verso fuori non vedevi nulla, come quando di notte in autostrada esci da una galleria.

Un secondo ETR 500 faceva rientro, le carrozze tutte illuminate e popolate di addetti alle pulizie. Lentamente, andò a parcheggiarsi nel binario a fianco, proprio il lato dove stavamo dipingendo, costringendoci a spostarci sull’altra fiancata: per un paio di minuti che sembrarono un’eternità rimanemmo completamente esposti di fronte alla sede della vigilanza, in attesa che il treno fosse entrato completamente in deposito. Quindi ci demmo alla fuga, giusto un minuto prima che scattasse una sirena che indicava che ormai eravamo scoperti.

Ero ancora abbastanza giovane da credere che tutte le volte che fossi stato inseguito da un poliziotto avrei saputo seminarlo, quindi correvo come una lepre. Tutto sembrava andare relativamente bene fino a quando ci accorgemmo che avevano fatto uscire una motrice da rimorchio che ci stava raggiungendo. Mentre correvo guardandomi alle spalle non mi accorsi di un cratere davanti a me e vi caddi dentro in pieno: si trattava di una buca profonda in cui erano state gettate le fondamenta di una qualche struttura ferroviaria ed era disseminata di pilastri in calcestruzzo da cui spuntavano lunghe punte metalliche. Ero stato fortunato. Non solo non mi ero infilzato, ma non mi ero neppure rotto nulla: ma la situazione era nera e quando i miei compagni mi chiesero dall’alto come fare per tirarmi fuori, scoraggiato gli dissi di pensare a mettersi al sicuro.

Quando se ne furono andati ed io rimasto da solo, sfinito ebbi la tentazione di rimanere nascosto in quel buco ma ci ripensai in fretta: non so quale forza della disperazione mi tirò fuori da li. Ripresi la mia corsa da solo e dopo qualche minuto mi trovai finalmente fuori, in un piazzale sconosciuto della zona Stephenson. Mi affrettai in direzione dell’auto rendendomi presto conto che in quelle strade deserte ed illuminate sarei stato individuato in poco tempo: proprio in quel momento sentii qualcuno che mi chiamava e mi accorsi che Done e Clock erano nascosti sotto un pino le cui fronde erano così basse e folte che toccavano il terreno di un aiola ben rasata. Rimanemmo li sotto in silenzio assoluto circa un’ora fino a quando le auto di polizia e vigilantes smisero di cercarci. Quando arrivammo all’auto era l’alba e solo in quel momento mi resi conto che ero ridotto come spazzatura e avevo un taglio di 10 cm sull’avambraccio destro più decine di graffi e sangue ovunque. Ma quel che mi seccava maggiormente era non aver neppure una foto del pezzo appena dipinto che testimoniasse che ci eravamo riusciti. Nessuno ci avrebbe creduto.

Dopo un paio di giorni venni a sapere che un writer milanese, Nitro, passando dalla tangenziale aveva visto il treno poco fuori dal deposito dipinto con i nostri pezzi e l’aveva raccontato… il resto è storia.

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